Il museo dell’ovvio

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Parlando del rapporto tra museo e memoria, ricordo che grande stupore e ammirazione aveva destato tra i miei corsisti il Museo Ettore Guatelli.

In un cascinale a Ozzano Taro, nel comune di Collecchio (Parma), si trova l’immenso  lascito di questo maestro di scuola di una cultura e di una schiettezza d’altri tempi.
Non si tratta di un fondo librario, né di una collezione di opere d’arte: la particolarità e la grandezza di questo museo sta nel fatto che raccoglie oggetti di uso quotidiano, cosa affatto ovvia e scontata in un mondo come il nostro, abituato a gettare nei rifiuti ciò che si rompe senza ingeniarsi a ripararlo.
È così che nel corso di una vita, si accumulano fra le pareti di quella che era la sua casa martelli, pentole, valigie, mestoli, coltelli, giocattoli fatti in casa, scarpe e un mare di testimonianze di un’epoca che è appena passata e già sembra remota. Ognuno di essi ha una sua storia e lo scopo del museo è quello di raccontarla, o meglio di lasciare che sia l’oggetto a raccontarla.

L’esposizione è fortemente scenografica, da museo delle meraviglie: gli attrezzi compongono serie e volute sulle pareti, in un horror vacui che ha dello strabiliante. C’è una ricerca estetica mirata a stupire con la ripetizione, con l’affastellamento, ma ancora più stupisce la storia che sta dietro ciascun oggetto, dalla scarpa rattoppata più volte, alle scatole di latta, ai giochi fatti di materiale di recupero, all’elmetto tedesco riadattato a uso vaso da notte.
È un museo del quotidiano, per usare le parole di Guatelli, dove ciò che si considerava ovvio diventa una sorpresa.

Il punto è che davvero il nostro mondo sta perdendo l’uso delle mani e sta dimenticando la sapienza legata al lavoro manuale, che parla di un mondo semplice, legato con un doppio nodo alla fatica della campi, con alle spalle una saggezza tramandata nei secoli.
La mente mi vola subito a Mauro Corona, che io considero un grandissimo della narrativa italiana, e al suo romanzo La fine del mondo storto, nel quale immagina un giorno in cui il mondo si sveglia e scopre che sono finiti petrolio, carbone e energia elettrica. Gli uomini capiscono improvvisamente che tutto il benessere conquistato, fatto di oggetti meravigliosi e tecnologia all’avanguardia, non li riparerà dal freddo né darà loro da mangiare. Circondati dal superfluo e privi del necessario si accorgono che la salvezza esiste, ma è in un sapere antico e dimenticato.
Un sapere fatto di mani abili con gli attrezzi più semplici, di orecchie che sappiano sentire la voce della natura per cogliere i suoi insegnamenti, di inventiva nell’aggiustare e nell’aggiustarsi.

Raccolgo qui alcuni video di Ettore Guatelli, ma vi invito a visitare il sito del museo, che riunisce anche le interviste perché guardarlo negli occhi mentre racconta di sé e della sua immensa collezione vale più di mille parole.

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Archiviato in Approfondimenti, Museologia, Seminari 2011-12

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