La Wunderkammer di Manfredo Settala

“Niuna cosa entra ad abitar nel palagio dell’intelletto che passata non sia per la porta necessaria dei sensi”

Rinascimento: epoca di grandi artisti, mecenati, letterati… e non solo.
Il motore dell’analisi critica del passato, che mette in discussione le auctoritates anziché accettarle passivamente, se nell’arte sollecita la riscoperta dell’antichità, nella scienza produce un più profondo interesse per il mondo naturale: i testi classici (Plinio, Aristotele, Teofrasto, Bibbia…) vengono sottoposti a analisi critica.

Il contrasto fra l’autorità degli antichi e l’osservazione e la riflessione sui fenomeni naturali fa nascere il desiderio e il tentativo di classificare, catalogare e comprendere il mondo naturale. Si assiste ai primi tentativi di illustrazione scientifica, alla realizzazione di erbari e orti botanici (strumenti didattici per i medici e i farmacisti) e alla raccolta di ciò che la natura ha creato di più strano e curioso.
Sulla totalità dell’esistente che l’uomo rinascimentale vuole comprendere si riversa una curiosità cha da lungo tempo è poco o niente soddisfatta dalla teologia, e non ancora soddisfatta dalla scienza.
La scoperta di nuovi mondi e i resoconti e descrizioni di terre lontane danno lo stimolo al desiderio di osservazione diretta e di classificazione della realtà naturale.
Questo è il clima che genera le collezioni di meraviglie, molto diffuse nel Cinquecento e nel Seicento, antenate dei nostri musei di storia naturale.


È il gusto per il meraviglioso, appunto, che spinse Manfredo Settala a mettere insieme e allestire scenograficamente la sua Wunderkammer: conchiglie dalla forma particolare, denti di pesce sega, zanne d’elefante, animali esotici impagliati, coralli, minerali… ma anche strumenti scientifici e oggetti dai meccanismi tra i più disparati.
Canonico milanese, grande viaggiatore e figlio di un medico dal quale aveva ereditato l’ interesse scientifico, Settala aveva voluto riunire in un catalogo a stampa le meraviglie del suo museo personale.

Tavola panoramica del “Musaeum Septalianum“, incisione di Cesare Fiori, 1664

Da questa incisione dalla prospettiva infinita si può solo cercare di indovinare tutto il contenuto della stanza: gli oggetti coprono tutto lo spazio delle pareti e del soffitto e altri si nascondono nei cassettini, nelle urne e dietro ai drappi. Un duplice effetto viene raggiunto da questo scorcio: lo stupore e l’invito a entrare, ad andare oltre le due colonne e la tenda sorretta dagli amorini come un sipario, per scoprire tutti i tesori della galleria, muovendo lo sguardo in tutte le direzioni. E chi decide di entrare potrà scovare, per esempio (cito dal catalogo in 67 capitoli dove si elenca minuziosamente il contenuto del museo) sfere armillari, pesci sirena, mantelli piumati delle popolazioni del Nuovo Mondo, mappe cinesi, macchine dal moto perpetuo, braccia di mummie e quella che veniva chiamata “pietra del fulmine” (cioè un meteorite) recuperata dalla coscia di un frate, ucciso a Milano dalla sua caduta.

Purtroppo la collezione oggi vive solo più nelle pagine del catalogo seicentesco che la descrive.
Ben poco si è salvato dal tempo e dagli smembramenti.
Addirittura alcuni pezzi sono scomparsi già durante il funerale dello stesso Settala, per rendere omaggio al quale si era creato un imponente catafalco fatto dei suoi oggetti. Altre dispersioni si sono avute con l’arrivo di Napoleone, poi con i passaggi di mano fra eredi, poi con i bombardamenti del ’43. L’ultimo smembramento fu compiuto nel 1970, quando la Pinacoteca Ambrosiana (nominata erede nel testamento di Settala) decise di cederne la parte naturalistica al museo di Storia naturale e di vederne alcuni pezzi ad altre istituzioni.

Fra i pezzi che disseminati nei musei milanesi, c’è uno splendido e orrifico demonio-automa in legno intagliato, ora nella collezione di Arti Applicate al Castello Sforzesco. Infatti il Settala, oltre ai naturalia e agli artificialia, amava (con gusto barocco) i curiosa, cioè tutto ciò che può incuriosire o stupire in quanto fuori dalla norma. Grazie ad un meccanismo contenuto nella scatola su cui poggiava la scultura, «si mette a sghignazzare, a cacciare la lingua e a sputare in faccia ai presenti, il tutto in mezzo ad un enorme fragore di catene di ferro e di ruote adattissimo per produrre un vero terrore», come riferisce lo scrittore francese Charles De Brosses che lo vide nel 1739.

Il demonio automa di Settala, XVII sec., Castello Sforzesco, Milano

Anche lui ha una storia di salvataggio rocambolesca alle spalle. L’Ambrosiana, nel 1982, senza chiedere il parere vincolante della Soprintendenza, lo aveva messo in vendita. Per fortuna la direttrice del museo dove è ora esposto lo ha visto nella vetrina di un antiquario milanese, lo ha riconosciuto e lo ha acquistato, così da permetterci ancora di vederlo.
Errare humanum, perseverare… diabolicum.

Per sapere di più su Manfredo Settala e il suo museo: storiadimilano.it

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Archiviato in Museologia, Seminari 2011-12

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