Uomini Selvaggi

In impenetrabili foreste, trovando riparo in grotte o tane lontane dai centri abitati e dalla civiltà, vive l’Uomo Selvaggio, personificazione della natura prima che la terra venisse conquistata dagli uomini civilizzati. Appartiene alle razze umane mostruose dell’immaginario medievale: la loro mostruosità consiste nella prorompente animalità, che li relega a uno stato bestiale.
Non indossano vestiti, sono ricoperti di peli e spesso sono rappresentati con in mano un bastone rudimentale o una clava (che ancora oggi è il tipico attributo dell’uomo primitivo, basti pensare ai Flinstones).
Come dicevo, le caratteristiche fondanti sono l’isolamento e la nudità; è interessante notare come vengano interpretate in ottica cristiana come sintomo di una possessione diabolica. Proprio queste due caratteristiche, infatti, sono attribuite all’indemoniato salvato da Gesù nel vangelo di Luca, che ricorda un uomo selvaggio che «da lungo tempo ormai non indossava abiti; e non abitava più nelle case ma nelle tombe»; quando Gesù scaccia i demoni, egli finalmente rinsavisce e si veste.
Ma non c’è solo un’interpretazione negativa: a parte il mito specifico, l’Uomo Selvatico arriva a denotare la parte naturale che è in ciascun uomo, il suo selvatico interiore. L’uomo, infatti, è fatto dell’unità inscindibile di carne e spirito, due componenti in contrasto che fondano il mistero dell’essere umano.
Nelle raffigurazioni di questo soggetto nelle chiese, queste accezioni possono benissimo convivere: l’Uomo Selvaggio è nello stesso tempo il monito a non lasciare che la bestialità assalga il fedele (rendendolo facile preda del Diavolo), la rappresentazione di un popolo lontano che ancora attende il messaggio (civilizzatore) di Cristo e l’archetipo di originaria unità con la natura (si veda il Green Man)

Arazzo, Victoria and Albert Museum, Londra

 

Uomo selvatico a Sacco di Cosio Valtellino (Val Gerola), XV secolo
“Ego sonto un homo salvadego per natura, chi me ofende ge fo pagura”

Sei proprio un troglodita!

La bestialità denota anche un’altra razza esotica, che trova dimora nelle caverne del deserto etiopico (e con Etiopia s’intendevano tutte le terre a sud dell’Egitto, confine del mondo conosciuto): i Trogloditi.
Il nome deriva dal greco da trogle (caverna) e dyein (entrare): il Troglodita è il cavernicolo. Va da sé che chi vive nelle grotte non può che essere rozzo e incivile (come il precedente Uomo Selvaggio) e in tale accezione arriva all’italiano moderno.
L’incapacità di esprimersi attraverso un linguaggio articolato è il discrimine che segna la loro animalità.

Ricordo en passant che la parola “barbaro” (dal greco bàrbaros, poi passato al latino) è onomatopeica: sono barbari coloro che anziché esprimersi nella Lingua per antonomasia (il greco!) emettono suoni inarticolati che sembrano balbettii.
Questo perché i suoni prodotti da una lingua straniera spesso appaiono talmente strani da non essere considerati una vera e propria forma di comunicazione! Così i Cinocefali abbaiano e i Trogloditi, che secondo Plinio si nutrono di serpenti, sono in grado al massimo di sibilare (questo darà da riflettere ai cultori di Harry Potter!)

In compenso i Trogloditi hanno grandi abilità nella caccia e così li vediamo rappresentati nel bestiario qui sotto. Sono velocissimi e catturano gli animali, anche senza armi, balzando loro in groppa.

Troglodita, da un bestiario francese del XIIIsec.

Concludendo il discorso sugli uomini selvatici, non si può non notare un residuo si queste credenze nel mito dello Yeti (Asia) e del Bigfoot (Nord America), che si basa sull’ipotesi di sopravvivenze di precursori dell’uomo o di esseri umani primordiali non ancora estinti.
Secondo l’Enciclopedia dei simboli, di Hans Biedermann «le apparizioni occasionali di impronte conferiscono a quelle figure, di solito inafferrabili, una parvenza di realtà […] Gli studiosi delle religioni sono dell’avviso che si tratti di fantasie, non ancora scomparse dalla memoria dell’uomo, concernenti spiriti naturali protettori del bosco e della macchia».

Segnalo un interessante articolo di Antonello Vanni che esplora, attraverso la prospettiva di Pasolini, Gesù come Uomo Selvatico

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