I veri volti di Touluose-Lautrec

Tra arte e gossip

Immaginiamo la Parigi fine ‘800, la notte  nei cabaret e nei cafè chantant, le ballerine scollate, gli spettacoli licenziosi che allietano le serate di ricchi borghesi e aristocratici che amano mischiarsi al demi monde e alle sue atmosfere peccaminose. Immaginiamo i locali notturni, con i primi spettacoli a carattere erotico, l’odore del fumo, il gusto dell’assenzio, le musiche scatenate, i commenti ad alta voce sulle doti delle vedette.
Siamo a Montmartre e questi locali si chiamano Le Divan Japonaise, Les Folies-Bergére, Le Moulin Rouge, Le Mirliton e il Rat Mort (che simpaticone il proprietario del ristorante!). E un po’ più in là c’è il Moulin de la Galette, dove balli sfrenati come la quadriglia e il can can riscaldano l’atmosfera a tal punto da provocare l’intervento della squadra del buoncostume.

Tra gli avventori potremmo incontrare colui che di questo mondo ha registrato con la sua arte personaggi, danzatrici e danzatori, occhiate, gesti , movenze: Touluse-Lautrec.

L’illustratore della vita notturna

Da “Toulouse-Lautrec”, di Giorgio Cortenova, Art Dossier n.70, Giunti:
“Lautrec ha di fatto impersonato, proprio in quei luoghi e proprio grazie alle sue doti intellettuali e alla sua condizione economica e sociale (se non per il suo aspetto fisico), il ruolo del dandy, figura il cui principale referente francese era indubbiamente Baudelaire. […] Fu da ricco dandy, rampollo di un’aristocrazia intelligente e in decadenza, che il pittore scelse Montmartre. Fu lo spirito del dandy ad attrarlo verso la più disperata indigenza nel momento stesso in cui si faceva ritrarre, orgoglioso della propria eleganza, nel suo inappuntabile abito di aristocratico. Fu il dandismo a fargli assaporare il piacere e l’ebbrezza delle folle notturne, i lustrini del circo, i lussi artefatti e kitsch del caffè concerto o dei salotti dell’amore mercenario; fu ancora il dandismo a ispirargli sensazioni parallele di orrore e di allucinazione, di repulsione tradotta in ironia, di rifiuto espresso in una sorta di odio-amore, di schiavitù ed insieme di dominio: elementi contrastanti che si rivelano in una pittura di inesauste folgorazioni emotive.”

La Goulue

La Goulue arrivant au Moulin Rouge, 1892, Museum of Modern Art, New York – Foto della Gouloue in posa da can can – Dettaglio di Danza al Moulin Rouge, 1895, Musée d’Orsay, Parigi

Al secolo Luise Weber, la star del Moulin Rouge soprannominata “l’ingorda” (pare che fosse sua abitudine svuotare i bicchieri degli avventori) veniva dall’Alsazia e era in origine una lavandaia. Danzando nei piccoli locali della capitale divenne presto un personaggio conosciuto, sia per la sua abilità, sia per il suo comportamento audace e impetuoso (pare che le piacesse scherzare togliendo il cappello ai signori con il piede lanciato in aria).
Un paio di aneddoti che la riguardano rendono l’idea dello spirito anarchico e gioioso con cui pendeva la vita: pare che avesse apostrofato così il principe di Galles, futuro Edoardo VIII: “Ehi, Galles, hai pagato lo champagne o è tua madre che ci pensa?”. Oppure, dopo aver fatto saltare con un colpo di tacco il cilindro al granduca Alexis di Russia, al suo “Nella mia terra ti avrei fatta frustare” la nostra Goulue rispose: “Sì, ma siamo a Parigi e io ti dico: merde”.

Moulin Rouge: la Goulue,1891, san Diego Museum of Art – Schizzo della coppia danzante – Foto in posa

Nel manifesto del 1891 (primo di una lunga serie per il Moulin Rouge) la Goulue appare con il suo cavaliere, Jacques Renaudin, noto come Valentin Le Desossé per via di una straordinaria flessibilità che lo faceva sembrare senza articolazioni. Il re del valzer  appare nell’affiche come una sagoma nera, aristocratica e dai tratti spigolosi che mal si concilia con quella che dovrebbe essere la sua foto dell’epoca (nel 1891, la Goulue aveva 21 anni, Valentin 48… lascio giudicare a voi)

May Milton

Ritratto di May Milton, 1895, Art Institute of Chicago – Manifesto per May Milton, 1895, coll. priv. – Foto della ballerina

Per May Milton, Toulouse-Lautrec realizzò il manifesto qui sopra, che la ritrae nella sua tipica posizione di danza. Per divertire gli spettatori, la ballerina era solita andare in scena con l’abito bianco che le giovani indossavano in occasione del loro primo ballo di debutto in società, giocando sul contrasto tra innocenza infantile e spudoratezza.

Yvette Guilbert

Ritratti di Yvette Guilbert del 1894, Albi, Musée Toulouse-Lautrec – Manifesto per il Divan Japonais, 1892-3, Museum of Fine Arts, Boston

“Una sera Lautrec ci avvicinò in rue Ravignan per raccontarci di una nuova cantante. Siamo andati, disse, a sentire una giovane ragazza, di aspetto virginale, sottile, pallida, senza rouge” (William Rothenstein).
Yvette Guilbert era una delle cantanti più famose dei caffè-concerto; a lei Toulouse-Lautrec dedicò ben due album di schizzi. I tratti caricaturali sul principio irritarono molto Yvette, ma in seguito si convinse del loro grande valore artistico, tanto da scrivergli “Caro amico, grazie per i suoi disegni (…) Sono felice! Felice! A lei andrà sempre la mia gratitudine”.
Nell’affiche del Divan Japonais basta un’occhiata sul palcoscenico per capire che a esibirsi è Yvette: è sufficiente il dettaglio dei suoi lunghi guanti neri.

May Belfort

May Belfort, 1895, Metropolitan Museum of Art, New York – Foto di scena – Miss May Belfort, 1895, Cleveland Museum of Art

La cantante, di origine irlandese, si presentava in scena con innocenza leziosa, in abiti infantili e con il suo gattino in braccio. Le canzoni apparentemente innocenti erano però piene di allusioni sessuali e doppi sensi che divertivano il pubblico (“I’ve got a pussycat, I’m very fond of that”), tanto più che si sapeva della sua relazione omosessuale con May Milton di cui prima.

Jane Avril

Foto in posa – Jardin de Paris, Jane Avril, 1893, coll. priv.

Figlia di una dama del demi-monde e di un aristocratico italiano, si esibì inizialmente come una cavallerizza acrobata. Pare sia stato il fidanzato a incoraggiarla a cercare uno sfogo nella danza per il suo temperamento energico e nervoso. Fu lei stessa a desiderare che Toulouse-Lautrec, già all’apice del successo, la ritraesse in un manifesto e questo accadde nel 1893, data del suo debutto al Jardin de Paris. L’artista creò per lei una composizione che sa di art nouveau, incorniciando la sua figura danzante sul palco con una linea nera che va a confondersi con  la silhouette del contrabbassista, intento a leggere il suo spartito. Ancora nel 1933 Jane Avril, ormai dimenticata e caduta in miseria, diceva di Toulouse-Lautrec: “È senza dubbio a lui e all’apparizione del suo primo manifesto che devo la fama di cui ho goduto in seguito”.

Loie Fuller

Lascio per ultima lei, Loïe Fuller, delle cui foto mi sono letteralmente innamorata.
Non si può definire una ballerina nel senso stretto del termine: le sue coreografie si basano molto sulla teatralità e sull’impatto visivo del costume, larghissimi abiti che la rendevano una figura fluttuante e incorporea, da sogno.

Schizzi: Loie Fuller, 1862, Albi, Musée Toulouse-Lautrec

Molto popolare ai suoi tempi, Loïe Fuller aveva conquistato vastissime platee con la magia di spettacoli che univano il fascino delle armonie musicali e del movimento con le seduzioni di luci colorate e sapientemente orientate e di singolari, amplissimi costumi, brevetto originale dell’artista stessa, la quale usava roteare sul palcoscenico avvolta in veli sinuosi che proiettava lontano e ritirava a sè tramite sottili bacchette di legno, usate come prolungamento delle braccia.
Ora lascio a voi la scelta di restare con queste splendide immagini negli occhi o visualizzare l’impietoso video qui sotto che la ritrae. D’accordo che bisogna fare i conti con i mezzi cinematografici dell’epoca, ma nessuno mi toglie dalla testa che assomigli un po’ troppo alla recita di scuola di Mariangela Fantozzi.

Sulle star del tempo, un paio siti in cui perdersi:
www.dutempsdescerisesauxfeuillesmortes.net

–  www.aloj.us.es

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