Un bilancio sui musei di arte contemporanea

Visto che l’argomento è venuto fuori più volte, posto questo brillante articolo della Vettese (apparso sul Sole24ore del 16 gennaio 2011) che trae alcune conclusioni sulla situazione dei musei di arte contemporanea oggi in Italia, corredato di cifre (i grassetti sono miei).

SISIFOFar soldi coi musei? Un’utopia

di Angela Vettese

Un museo d’arte contemporanea può reggersi sulle sue gambe e non vivere di denaro a fondo perso, pubblico o privato che sia?

Secondo il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale, Mario Resca, si può e si deve. Lo ha ribadito anche al Maga di Gallarate, nel discorso inaugurale della mostra «Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando». Ma i dati dicono di no.

Se ne è discusso mercoledì pomeriggio presso la Fondazione Antonio Ratti di Como, dove Stefano Baia Curioni ha presentato un abbozzo delle ricerche fatte dal centro Ask dell’Università Bocconi, nel corso degli ultimi cinque anni, con Paola Dubini, Laura Forti e Luca Martinazzoli. Il documento unitario che le raccoglierà sarà prezioso.

Inutile pensare che il patrimonio culturale sia il petrolio italiano, con una litania che innervosisce chiunque debba mantenere anche solo la casa di campagna dei nonni. Nell’arte contemporanea le cose poi vanno assai peggio, soprattutto dall’esplosione del numero di musei: oltre duecento new entry in Europa a partire dal 2005. Molti hanno preso la forma di costruzioni concepite negli anni Novanta secondo scuole architettoniche anni Ottanta, insomma quando denaro abbondava. E ora?

I numeri sono secchi, ma molto più complicati da interpretare di una qualsiasi partita doppia. Un visitatore non rende, per quanto alto sia il biglietto d’ingresso.

Alla Tate Modern, il posto al mondo dove probabilmente costa meno – e infatti il museo londinese può permettersi di mantenere vaste zone gratuite – non si superano i 16 euro (di conti in rosso) a persona e ciò consente di coprire quasi interamente gli oneri di gestione del museo, che nel 2007 ha avuto 5.236.702 ingressi. Ma non certo di guadagnarci. Alla Triennale di Milano saliamo a 41 euro a visitatore, nonostante il fuoco d’artificio di mostre della gestione Rampello, che ha condotto nello stesso anno a 472.026 presenze.

Questo semplice paragone la dice lunga sul fatto che non si possono confrontare le vicende economiche di musei che si rivolgono a metropoli in cui abitano venti milioni di abitanti con quelle che toccano le nostre piccole città, dove soltanto Roma supera i due milioni di anime. Dati che riguardano i vasti flussi che occupano il Maxxi e il Macro della capitale, uno di recente apertura, l’altro di recente ristrutturazione, non si conoscono ancora (mentre quelli della Galleria Nazionale restano sconfortanti) ma risulta difficile pensare che possano giungere ai numeri della Tate: Londra è bella ma Roma lo è di più, e le cose dai cui un turista è attratto nella Città Eterna sono maggiori di quelle sotto il Big Ben.

Le realtà piccole e spesso propositive risultano poi le vittime della situazione: la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino ha raggiunto gli 89.892 visitatori nell’anno 2005, con un costo più che ragionevole di 21 euro a persona. Con tutto questo, però, si pone ai vertici più bassi tra i musei presi in esame per il rapporto con i costi di gestione, assorbiti in parte davvero minima dall’introito dei biglietti. Immaginiamo cosa possa accadere nelle molte gallerie civiche, sorte o risorte nel nostro territorio in tempi recenti. Quella di Bologna, il MamBo, ha registrato 93.942 visitatori per un costo a persona di circa 41 euro.

Il discorso è ancora più complesso se ci si chiede cosa significhino i numeri. La GaMec di Bergamo si attesta sui circa 90.000 visitatori l’anno da molto tempo, un orgoglio se si pensa che la città lombarda è lungamente stata refrattaria al contemporaneo: la cifra è comparabile ai 108.000 visitatori registrati da Rivoli nel 2009 (meno della metà di quelli del Mart di Rovereto nel 2007). Ma, fatto salvo l’attivismo bergamasco e trentino, è sufficiente un risultato non eccellente per crocifiggere il glorioso Castello piemontese, di cui un “si dice” insistente parla di 100 euro di costo a persona? No, perché tutti sappiamo quanto sia mal collegato e difficile da inserire in una passeggiata del sabato pomeriggio. Resta l’unico museo italiano che ha davvero investito nella propria collezione, un parametro che si dimentica troppo facilmente ma che è essenziale perché riguarda gli anni a venire.

Va ricordato, inoltre, che un patrimonio non si dovrebbe conteggiare solo a partire da ciò che si ha e si può dare, ma anche da ciò che consente di ricevere. Ora, la maggior parte dei musei italiani non ha la fiducia degli operatori stranieri, che non prestano volentieri né mostre né opere singole (a meno che non gli si prometta un Mantegna in cambio, diciamo, di un Francis Bacon). Non si tratta solo di uscite di sicurezza e di macchine che controllano l’umidità: per fortuna ora la maggior parte dei nostri centri espositivi segue le norme internazionali. Ma riflettiamo sul perché a Vercelli si siano potute avere più mostre dalla collezione Guggenheim di New York, la quale invece non ha voluto prestare quasi nulla a Villa Panza di Biumo neppure opere che erano state proprietà del grande collezionista Giuseppe. Il fatto è che non si fidano di noi, the italians. E che a Vercelli il Guggenheim ha una costola che controlla direttamente.

E ancora: la Biennale di Venezia, nostra signora delle mostre, non raggiunge mai il mezzo milione di visitatori. Ma nessuno specialista se la perde. Per un artista, vale di più essere in mezzo al calderone della Tate o in Laguna? Anche questo è un parametro significativo benché impossibile da quantificare.

Fare fruttare un posto significa anche far sì che abbia vantaggi competitivi specifici: per esempio che rappresenti un gradino saliente nella visibilità dell’artista presso gli specialisti; che dia origine all’occasione per nuove mostre; che entri nelle recensioni delle riviste di prestigio. Chi sa come costruire un brand di successo non conta quanti prodotti vende, ma a chi. Chi fa scarpe le vuole (anzi le deve) vendere dapprima a Notting Hill e non nella grande Mosca.

Le amministrazioni che si sono contese mostre famigerate tipo Gli impressionisti e la neve (Torino 2004) hanno raggiunto dei bei numeri, ma al posto che le ha ospitate (nella fattispecie la Promotrice di Belle Arti) quanto a reputazione non resta niente. Infatti, è raro che una delle mostre più visitate in Italia, cioè di quelle che mandano in sollucchero gli assessori perché fanno loro esibire dati da capogiro, mandino in visibilio anche i direttori delle sedi espositive d’Oltralpe: se è vero che non importiamo abbastanza, nell’ambito del contemporaneo e anche dell’Otto-Novecento, non esportiamo nemmeno. Sostanzialmente siamo fuori rete, se non per quelle due o tre realtà che si sono citate sopra.

E allora ha forse ragione Pierluigi Sacco (anche lui presente alla Ratti) preside allo Iulm di Milano e da anni impegnato nella disamina di questi processi: il «distretto culturale evoluto», ciò su cui noi italiani dovremmo investire, non è fatto per conti di breve termine e nemmeno perché i nostri beni imparino a mantenersi da sé. Una politica del «patrimonio come petrolio» regge solo se si dimenticano i conti della spesa (e della mera conservazione) per fare quelli con la storia. Futura, of course, guardando avanti.

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