Nuove fruizioni: il museo plurisensoriale

imageUno dei valori fondanti del museo è quello di saper comunicare: approfondendo e allargando le proprie funzioni, i musei possono sviluppare rapporti creativi e innovativi con il pubblico, o meglio i pubblici.

Non è più sufficiente rispondere alle aspettative dei fruitori mostrando semplicemente oggetti e organizzando eventi intorno alle collezioni: è necessario riconoscere i pubblici e andare incontro a ogni singola esigenza e aspettativa perché, come è facile immaginare, la comunicazione museale sarà diversa per una scolaresca delle elementari o del liceo, per una famiglia o per un gruppo di turisti o di avventori abituali o di curiosi…
Le variabili sono tantissime e sta a una corretta politica di comunicazione del museo individuarle e gestirle per consentire a ogni tipo di visitatore di accedere a ogni tipo di museo.

Una grande opportunità ancora poco diffusa in Italia è l’approccio plurisensoriale, come scenografie, ambientazioni, ricostruzione di luoghi per ricreare spazio e tempo in cui un oggetto si trovava al momento della sua creazione. Ovviamente senza banalizzare l’oggetto stesso: creare la suggestione con ambientazioni e ricostruzioni non significa fare spettacolo disneyani, ma cercare una via di comunicazione in più che solleciti la facoltà immaginative.

Si pensi, per esempio all’esposizione di manufatti provenienti dagli scavi: una ciotola di terracotta dice poco se esposta in una teca con il solo cartellino, mentre una ricostruzione scientifica dell’ambiente in cui veniva usata (casa, tomba, cerimonia particolare…) potrebbe  far soffermare di più l’attenzione del visitatore e comunicare meglio il suo uso, al di là dell’essere un manufatto di una data epoca e luogo.

Ad esempio in Inghilterra, nello Jorvik Viking Centre, si può esplorare l’insediamento vichingo scoperto sotto l’attuale York: la visita si svolge su vagoncini che scorrono su binari nascosti e lungo il percorso si ascoltano voci e suoni che cercano il più possibile di ricreare quelli autentici, ormai scomparsi. Non è un’operazione banale: si è fatto ricorso a linguisti per lo studio e la riproduzione della lingua vichinga (l’Old Norse) e ad altre figure professionali per registrare il verso dei colombi delle Faer Oer, la specie che più somiglia agli uccelli del tempo,  o per ricreare con tecnologia laser gli animali a partire dal loro scheletro trovato negli scavi.
Nemmeno gli odori (gradevoli e non) sono stati dimenticati e durante il percorso in questa capsula del tempo (fatta con standard elevati, nonostante l’aspetto ludico) si possono anche toccare molte riproduzioni di oggetti.

Un discorso a parte meriterebbe l’esplorazione tattile; mentre negli Stati Uniti e in diversi stati europei sono presenti musei con sezioni o intere esposizioni tattili (chiamate “Please touch”), in Italia è ancora fortissimo il divieto di toccare le opere d’arte. Va da sé che non tutte le opere possono essere toccate e che nessun museo sarebbe disposto a lasciar deperire un’opera sotto il continuo sfregamento di mani! Per questo è molto diffuso il calco delle opere, di modo da coniugare un’ intatta esperienza tattile con le esigenze di tutela dell’originale.

Quanto sia importante che i musei si orientino a altri tipi di fruizione oltre a quella meramente visiva diventa palese quando si vuole raggiungere il pubblico non vedente.
A questo proposito vorrei citare l’esperienza del Museo Omero di Ancona, che, come si legge nel sito, ha fatto dell’osservazione tattile il suo principale canale di conoscenza, allo scopo di colmare il vuoto nel panorama dei servizi culturali per non vedenti, ma anche per offrire uno spazio innovativo dove la percezione artistica passa attraverso suggestioni plurisensoriali extra visive.
Infatti è un museo aperto a tutti, che fa della “toccabilità” il suo punto di forza.  Non possiede solo calchi, ma anche opere originali che, se monitorate, possono essere toccate senza problemi conservativi e modelli in scala di grandi architetture (come il Partenone o la basilica di San Pietro) che altrimenti sarebbero comunicabili ai non vedenti  solo con descrizioni a parole.

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Archiviato in Museologia, Seminari 2011-12

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