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Vi spiego perché il Louvre è il museo peggiore del mondo

Articolo di Piero Citati su La Repubblica del 24 luglio 2009

Nel 2008 il nuovo grande Louvre (il più frequentato museo dell’ universo) ha avuto circa 8.550.000 visitatori: mentre gli Uffizi (il museo italiano più frequentato) soltanto 1.554.256. Se posso dire una cosa ovvia, il grande Louvre (non certo il vecchio, amabilissimo Louvre) è uno dei peggiori, forse il peggiore museo della Terra. Non è un museo, ma un’ industria, una fortezza, una cittadella, una Bastiglia, un ministero, una Zecca, uno stadio, una stazione, un aeroporto, una reggia, un lager. Non è fatto per accogliere amanti dell’ arte, ma per migliaia di motociclisti, ognuno con il suo casco, che attraversano velocissimamente le sale, senza mettere mai il piede a terra.

Nel nuovo Louvre, si può fare di tutto: mangiare, comprare libri, passeggiare, chiacchierare, amoreggiare, correre, fare jogging, dormire, sognare: mai guardare un quadro. Chi l’ ha fatto costruire, non è uno studioso d’ arte, ma una reincarnazione di Ramsete II, Luigi XIV e Napoleone I, fusi nella stessa figura. Per accogliere folle di visitatori, aveva bisogno di folle di quadri. Voleva far grande.

Allora ha svuotato i depositi e le cantine, estraendo centinaia di oggetti brutti o mediocri. Poi li ha appesi ai muri: fittissimi, senza lasciare respiro, uccidendo i capolavori. Così, per esempio, un piccolo, meraviglioso Vermeer, visibilissimo nel vecchio Louvre, è stato appeso in un angolo, vicino a una porta, mentre un tetro quadro di paesaggio (4 metri per 5) getta su di lui un’ ombra mortale. Altri dipartimenti, preparati da eccellenti specialisti, sono disposti in modo di gran lunga migliore. E poi ci sono delle piccole, bellissime mostre, dedicate a un solo quadro, che viene illustrato da disegni, abbozzi, documenti, quadri paralleli, così da rivelare i suoi misteri, brillando e scintillando di una luce insospettata.

Musei mostruosi come il Louvre o mostre egualmente mostruose degli ultimi anni, derivano da un’ idea sinistra che da quaranta anni infesta la cultura moderna. Un museo è un evento, una mostra è un evento, come una guerra mondiale, che allinea decine di milioni di morti sui campi di battaglia. Se una mostra è un evento, allora bisogna moltiplicare gli spettatori, farli giungere dal Giappone e dalla Tasmania, stipare le sale, fino a farle diventare irrespirabili, mentre code di quattro chilometri si allungano sui quais e sulle piazze.

Gli ottomilionicinquecentociquantamila visitatori non sanno, per la maggior parte, niente: non capiscono niente: non amano la pittura: non distinguono tra Grünevald e Caravaggio: non provano nessuna gioia; e si annoiano mortalmente. Ho ascoltato commenti di meravigliosa idiozia, che Flaubert avrebbe raccolto, lacrimando di gioia, nel Sottisier di Bouvard et Pécuchet.

Perché i milioni di visitatori non restano a casa, giocando a Scopone e Tressette, e dormendo nei loro letti? Non c’ è niente fa fare. Oggi, se c’ è un evento, tutti abbandonano la casa, la moglie, i figli, la parentela, si mettono in viaggio, attraversano l’ Oceano Atlantico e quello Pacifico, per poter dire sorridendo: «Là c’ero anch’ io»: «Anch’ io ho visto la grande esposizione di Rembrandt a Zurigo».

Ho assistito a episodi tremendi. Anni fa, all’Aja, una bellissima esposizione di Vermeer è stata distrutta dall’ente organizzatore (credo una grossa banca). Le sale erano colme di folla: i respiri soffocati e i rantoli si mescolavano ai brividi estatici di ammirazione: gocciole di sudore bagnavano i colori, causando danni irreparabili. Vedere i quadri era assolutamente impossibile, perché li avevano disposti (almeno otto) in salette di dodici metri quadrati, dove non si poteva fare un passo. Per scorgere vagamente La donna con la bilancia, La veduta di Delft e La donna con la collana di perle, ho dovuto insinuare il capo sotto l’ ascella di un’ immensa signora americana, che rideva gorgogliando di gioia. Mentre Vermeer, come tutti sanno, deve essere contemplato da vicino, millimetro per millimetro, tocco per tocco, nella quiete e nel silenzio innamorandosi di un piumino da cipria, di una giacca di raso, di un raggio di luce che filtra da una finestra semichiusa o da una cortina.

Ogni mattina, prima dell’ apertura della mostra, la direzione invitava alcune centinaia di VIP europei ed americani, ai quali veniva offerta una coppa di champagne insieme a una fetta di formaggio olandese. Non ho mai visto uno spettacolo più penoso. Quei capolavori, erano lì, esposti al sudore dei corpi, alla pesantezza del fiato, all’ odore del cattivo formaggio olandese, alla putredine di ciò che passa. Il desiderio di Vermeer era stato inutile. Tutto era precipitato nella più sordida materia, che egli aveva assorbito, purificato, annullato. Non so quando finirà questa orgia di eventi spettacolari, con cui si cerca invano di far amare la pittura a un pubblico che non la ama. Temo che non finirà mai. Occuperà almeno il ventunesimo secolo, e poi il ventiduesimo, fino a quando tutti i quadri del mondo verranno consumati. Ciò che importa oggi non è vedere un quadro, imbevendosi di colore come spugne, ma discutere sulla pittura, affacciando idee sciocche, contraddicendole, avanzandone altre, e trasformando il mondo in un’ enorme gozzoviglia di chiacchiere.

Un buon museo deve essere piccolo, semivuoto, e silenzioso. Ce ne sono ancora moltissimi: a Parigi e a Roma e in tutto il mondo; musei odiatissimi dai Ministri della Cultura e del Turismo, perché non portano milioni di euro nelle casse dello Stato. Questi musei vanno difesi con ogni cura ed attenzione. Non bisogna ammettervi comitive guidate, né scolaresche festose e indifferenti. Forse alcuni ragazzi si lamenteranno, perché a scuola hanno insegnato loro che «l’inquadramento storico-estetico» è più importante del quadro. I ragazzi si ribellino. Frequentino da soli la Galleria Borghese, o il Musée de Cluny o il Musée Guimet, fermando gli sguardi su un tocco di colore o una linea ardimentosa, cercando di capire senza l’ aiuto di nessuno. Poi, in biblioteca, troveranno libri che potranno soccorrere i loro occhi entusiasti.

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Archiviato in Museologia, Seminari 2011-12

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