Moma (Museum of Modern Art), New York

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La collezione del museo propone un’incomparabile visione d’insieme dell’arte moderna e contemporanea mondiale, poiché ospita progetti d’architettura e oggetti di design, disegni, dipinti, sculture, fotografie, serigrafie, illustrazioni, film e opere multimediali.

Storia di una collezione

L’idea originale di un museo di arte moderna fu sviluppata nel 1928 principalmente da Abby Aldrich Rockefeller (moglie di John D. Rockefeller Jr., erede della Standard Oil, leader assoluta del mercato del petrolio negli USA) e da due sue amiche; il loro gruppo divenne noto con vari soprannomi, tra cui “the daring ladies”.

Come sede del museo da loro ideato affittarono un edificio piuttosto modesto e lo aprirono al pubblico il 7 novembre 1929, 9 giorni dopo il crollo di Wall Street.

Primo direttore fu Alfred H. Barr Jr.(un grande, ci vedeva lungo): la collezione del museo, che in origine era composta di sole otto stampe e un disegno avuti grazie a una donazione, si ampliò velocemente.

Le prime mostre:

– 1929: prima mostra di successo: Cézanne, Gauguin, Seurat, van Gogh
– 1935: personale di Vincent van Gogh
– 1939-40: celebre retrospettiva dell’opera di Picasso: Forty Years of His Art

(comprendeva ben 300 opere, tra le quali le appena acquisite Demoiselles d’Avignon, e rappresentò una significativa reinterpretazione dell’arte del pittore spagnolo, apprezzata dagli studiosi d’arte e dagli storici)

ieri

oggi

La sede attuale

Nei suoi primi dieci anni di vita si spostò in quattro sedi provvisorie.
Il ricchissimo marito di Abby era un fiero oppositore del museo (e in verità di tutta l’arte moderna) e si rifiutava di concedere finanziamenti per l’avventura; nondimeno, alla fine egli donò il terreno su cui venne edificata l’attuale sede e fece altre donazioni di tanto in tanto, diventando comunque, suo malgrado, uno dei più grandi benefattori del museo.
Nel 1937 il MoMa trasferì i propri uffici e le proprie gallerie nel Time & Life Building all’interno del Rockefeller Center. Si tratta della sede attuale, aperta al pubblico il 10 maggio 1939.

L’edificio è stato sottoposto a notevoli lavori di restauro e ammodernamento tra il 2002 e il 2004, che ha visto l’intervento dell’architetto giapponese Yoshio Taniguchi.
Secondo la sua idea, “The model for MoMA is Manhattan itself; the Sculpture Garden is Central Park, and around it is a city with buildings of various functions and purpose. MoMA is a microcosm of Manhattan.

Un progetto, dunque, che guarda all’essenzialità, all’organizzazione degli spazi tutto a favore dell’allestimento delle opere (all’opposto dell’idea dell’architettura-monumento, rappresentata, per esempio, dal Guggenheim di Bilbao) e al rapporto con il contesto urbano (si vedano le ampie vetrate che si aprono sull’esterno).

L’opera di rinnovamento ha quasi raddoppiato gli ambienti a disposizione: l’area occupata dal museo è passata da 35.116 a 58.527 mq e lo spazio espositivo è stato incrementato di circa 3700 mq, disposti su sei piani. Ciò ha comportato un significativo aumento dei visitatori (salito fino a 2,5 milioni all’anno, a fronte dell’1,5 precedente al rinnovamento), ma anche l’aumento consistente del biglietto d’ingresso (che è passato da 12 a 20 dollari, rendendolo il più costoso museo della città; da segnalare però l’iniziativa che apre le porte del MoMA  gratuitamente il venerdì dopo le 16).

L’allestimento

Piano 1: ingresso, giardino delle sculture, negozi, ristorante
Piano 2: atrio principale, arte da 1980 a oggi, centro educativo (opere di grande dimensione, installazioni)
Piano 3: architettura e design, disegni, fotografia
Piano 4: pittura e scultura 1940-80
Piano 5: pittura e scultura 1880-1940
Piano 6: mostre temporanee
Piani 1 e 2 sotterranei: sale cinema

Il museo: temi, artisti, idee, sperimentazioni

La nostra passeggiata virtuale all’interno del museo parte dai piani alti, seguendo indicativamente il criterio cronologico, ma appuntando l’attenzione sui temi della modernità, così come concepita e raccontata dal museo.

tempi moderni copertina

Cos’è la modernità?

Se i manuali di storia dell’arte concepiscono l’epoca “moderna” come il periodo tra il 1500 e le avanguardie storiche (che segnano l’inizio della contemporanea), la modernità esposta nelle collezioni del MoMA comprende un arco temporale più vasto, dal 1880 a oggi.
Si intende, infatti, come epoca moderna quella che è stata profondamente modificata da tutte le innovazioni portate dalla rivoluzione industriale in poi, con i rapidi cambiamenti nella produzione, nei trasporti e nella tecnologia e la loro ripercussione sulla società, sull’economia, sulla cultura in Europa e negli Stati Uniti.


Si pensi a come ferrovie e metropolitana hanno cambiato per sempre la vita delle persone e il loro modo di lavorare, di viaggiare, di vedere il mondo (un mondo sempre più ampio), di avere accesso a nuove idee, che iniziano a circolare più rapidamente e liberamente in strati di popolazione più vasti; i centri urbani diventano metropoli e i lavoratori si spostano alla ricerca di un impiego in un’industria in grande sviluppo.

L’arte moderna

Se prima del XIX secolo gli artisti lavoravano su commissione, a partire da fine ‘800 gli artisti iniziano a fare arte che tratta di persone, luoghi e idee che interessino loro personalmente, dei quali hanno un’esperienza diretta: cambia per sempre il modo di concepire l’arte.

Alcuni, sulla scorta degli studi di Freud, esploreranno i sogni, il subconscio, il simbolismo nascosto delle cose. Si apre la via a un’arte che non è più rappresentazione del mondo, ma la sua interpretazione: si sperimentano nuove vie, come l’uso espressivo del colore,  l’utilizzo di materiali non convenzionali e nuove tecniche e medium, per esempio la fotografia.

I temi tradizionali vengono esplorati in maniera scioccante per i contemporanei:

la natura morta:

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Paul Cézanne, Natura morta con mele, 1895-1898

il ritratto:

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Vincent van Gogh, Ritratto di Joseph Roulin, 1889

il paesaggio:

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Henri Matisse, Paesaggio a Collioure, 1905 – Vincent van Gogh, Notte stellate, 1889

C’è chi sperimenta col colore, come abbiamo visto, e chi con la forma:
le Demoiselles segnano una radicale rottura con i concetti di composizione e di prospettiva tradizionali: nasce il cubismo.

Les-Demoiselles-dAvignon-1907

Picasso, Les demoiselles d’Avignon, 1907

Dall’insoddisfazione nei confronti dei valori sociali tradizionali e delle pratiche artistiche convenzionali nascono il Surrealismo e il Dada.
Gli artisti del Dada (avanguardia storica nata in Svizzera durante la Prima Guerra Mondiale) i rivoltano contro le tradizionali convenzioni (artistiche e non) di logica e di ordine, mirando a scioccare con le proprie opere l’autocoscienza di ciascuno.

Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, 1951, terza versione, dopo che l’originale del 1913 è andato perduto, (128 x 63 x 42 cm).

Marcel Duchamp, Ruota di bicicletta, 1951 (terza versione, dopo che l’originale del 1913 è andato perduto)

Duchamp ha creato la scultura fissando una ruota di bicicletta a uno sgabello da cucina: consideriamo il fatto che questa operazione ha reso due oggetti funzionali completamente inservibili: sulla sedia non ci si può sedere, la ruota senza la bici, così appesa a testa in giù sulla forcella, non ha nessuna utilità (e per di più notiamo che è senza la gomma).
Questi oggetti della vita quotidiana che diventano opere d’arte vengono chiamati da Duchamp ready mades, che potremmo tradurre con un “trovati fatti belli e pronti”.
É proprio l’operazione di togliere questi oggetti dal loro contesto e di spostarli in un altro a determinare un cambiamento radicale nel loro significato, in quanto, all’interno di un’esposizione d’arte, essi non sono certamente lì a mostrare la loro bellezza!
L’obbiettivo è di scioccare il riguardante: vuole che lo spettatore eluda l’approccio retinico (come lui definisce l’approccio piacevole per gli occhi, “bello”) e scivoli invece verso l’approccio intellettuale (mentale, al servizio della mente).

La grande lezione di Duchamp è che l’arte non ha niente a che fare con la bellezza!

O meglio, l’arte non può in nessun modo ridursi al mero concetto di bello: è molto di più! Ha a che fare con l’interpretazione, la mente, l’ambiguità… la “bellezza” è accessoria, è un valore aggiunto (per questo motivo l’arte cambia nei secoli e muta all’infinito!).
Solo tenendo a mente che il concetto di bellezza esula dal contenuto di un’opera e che l’arte è il risultato di un discorso, di una convenzione, di un’interpretazione esterna all’opera, è possibile capire e apprezzare i contenuti dell’arte fino a oggi.
Partendo da questo assioma, ci siamo soffermati sull’interpretazione e il confronto di “paesaggi” surrealisti di Dalì (La persistenza della memoria), di Miró (Il cacciatore, Paesaggio catalano), di Magritte (The Empire of Light, II).

Pop art

Negli anni che seguono la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti conoscono un periodo di grande crescita economica e di benessere; sono gli anni di Elvis e del rock and roll, dei film di Marilyn Monroe, della televisione che rimpiazza la radio come mezzo di comunicazione di massa.
Tra gli anni ’50 e ’60 la rivoluzione culturale attacca le opprimenti regole conformiste dell’ordine sociale: la voglia di cambiamento e di libertà infiamma le proteste di massa contro la Guerra in Vietnam, mentre ci si batte per l’uguaglianza dei neri e la liberazione della donna.
È in questo clima turbolento che la nuova generazione di artisti americani e inglesi inizia a cercare ispirazione nel mondo che la circonda, rappresentando oggetti quotidiani: quali sono? Sono i beni di consumo, pubblicizzati dai mass media, i divi di Hollywood e le celebrità che fanno sognare, i miti della cultura popolare, la moderna tecnologia (dalla lavatrice alla macchina industriale).

pop art panorama moma

Claes Oldenburg, Two Cheeseburgers, with Everything (Dual Hamburgers),1962 – Richard Avedon, John Lennon, 1967 – Joe Tilson, Diapositive, Empire State Building, 1967 – Marisol Escobar, Love, 1962

La rappresentazione di quel mondo è molto diretta: le pennellate si fanno decise (con colori primari, spesso spremuti direttamente dal tubetto); si utilizza molto  la serigrafia, che copia i metodi delle campagne pubblicitarie (smitizzando l’idea di “originalità” della mano dell’artista); si nota una forte tendenza al realismo e l’ispirazione arriva dalla mondanità, dal mondo dei fumetti, dei film, della pubblicità, della fotografia, della stampa, della televisione.

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Roy Lichtenstein, Drowning Girl, 1963

Fra tutti spicca Andy Warhol.

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Andy Warhol, Campbell’s Soup Cans, 1962 – Andy Warhol, Gold Marilyn Monroe, 1962

Dalla zuppa Campbell a Marylin, Warhol mette in scena i miti (alti e bassi) di quegli anni con la sua esperienza di grafico pubblicitario (aveva lavorato per Vogue e per Glamour negli anni ’50), non senza una consapevole vena di sarcasmo.

Come può una lattina di zuppa preconfezionata diventare opera d’arte?
In effetti non c’è niente di più lontano dal concetto di belle arti e non c’è soggetto più lontano dal concetto di arte.

Ma Warhol aveva capito la lezione di Duchamp, che ci aveva insegnato a rifocalizzare il concetto di arte: è importante l’idea, non il colore o la tecnica o la composizione o l’abilità… che sia questa l’idea warholiana di natura morta portata nel secolo dell’industrializzazione, della serialità e del consumismo?

Contemporaneamente si sviluppano altre esperienze, che vanno in tutt’altra direzione rispetto alla pop art, come l’espressionismo astratto e il minimalismo, entrambi ben rappresentati al MoMA.

pollock, judd

Jackson Pollock, One: Number 31, 1950, 1950 – Donald Judd, Untitled (2-L), 1961-69, Print on Paper, Series of 26 Woodcuts Image

Noi ci siamo abbiamo tentato un confronto tra due grandi che rappresentato queste due tendenze: Pollock e Judd, cercando i nessi (come il comune rifiuto della figuratività) e le differenze (per esempio l’istinto, la spontaneità del gesto del primo, contro la serialità, la ripetizione, la freddezza da linea di produzione del secondo).

Il MoMA, come museo di arte contemporanea non può non ospitare anche performance, cioè di quelle opere d’arte in cui la materialità dell’”oggetto-opera” scompare, essendo la performance un evento effimero, costituito dei soli quattro elementi di tempo, spazio, corpo dell’artista e rapporto artista -pubblico.

marina_350x517Ciò ci ha permesso di introdurre l’arte concettuale e soprattutto di parlare di Marina Abramović, che in occasione della sua retrospettiva, nel 2010, ha dato vita alla performance The Artist Is Present: l’artista è rimasta tre mesi  (sei giorni su sette, negli orari di apertura del museo) seduta senza muoversi e in silenzio, mentre i visitatori, uno alla volta, erano incoraggiati a prendere posto davanti a lei per un lasso di tempo a loro scelta.

È il tentativo brillante di dimostrare che l’arte non solo non è fondata sulla bellezza dell’opera, ma può anche essere immateriale…  come uno sguardo:

marina_stream«Quando entri nel quadrato di luce e ti siedi su quella sedia, sei un individuo, e come tale sei in qualche modo isolato. E ti trovi in una situazione molto interessante perché sei osservato dal gruppo (le persone che aspettano di sedersi), sei osservato da me e mi osservi,  per cui è come una triplice osservazione. Ma poi, mentre hai lo sguardo fisso su di me, repentinamente la situazione si capovolge e cominci a guardare te stesso. Io quindi sono una scintilla, uno specchio: le persone prendono coscienza della loro vita, della loro vulnerabilità, del loro dolore, di tutto, ed è questo che suscita il pianto».

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