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Good Morning, Mr. Orwell

1984:

good morning mr orwell“Quindi la faccia del Grande Fratello disparve a sua volta e i tre slogans del Partito, invece, apparvero, a lettere cubitali:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÁ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA

Orwell immaginava così il futuro prossimo, il suo 1984. Un mondo dove tutto è permesso, perché non c’è legge scritta, e dove tutto è tenuto costantemente sotto controllo dall’occhio del Grande Fratello.

Niente, apparentemente, è proibito. Tranne pensare, tranne amare, tranne divertirsi: tranne vivere.

Tutta l’umanità è sottomessa al grande dittatore: una televisione portatrice di messaggi ed ideologie capaci di distruggere le diversità, le identità  e le differenze tra le società, le civiltà e gli uomini, uniformandole e unificandole in un codice unico e universale (cosa che poi realmente è avvenuta ed è un processo tuttora in corso).

Nam June Paik reagisce a questa concezione e insieme a un nutrito gruppo di artisti provenienti dalle esperienze più diverse, dedica a Orwell, proprio il primo gennaio del 1984, quella che fu la prima trasmissione/installazione satellitare e dimostrando che così che l’artista è capace di ribellarsi alla visione del mondo di Orwell ed è capace di costruire una televisione contro.
E lo fa mandando la sua arte (non a caso è considerato il padre della video art) contemporaneamente in più paesi del mondo, verso 25 milioni di persone.

Il messaggio è che l’interattività globale può sconfigge la televisione ideologizzata capace di renderci tutti schiavi; un ruolo che oggi è affidato al web.

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“Lui” e gli ebrei

Altra provocazione di Cattelan:

Hitler in ginocchio nel ghetto di Varsavia.

 

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In occasione della retrospettiva “Amen”, la statua “Him” è stata piazzata dietro un cancello in legno ed è visibile da un buco largo pochi centimetri nella porta (i visitatori possono solo vedere il retro dell’opera, con Hitler che prega in un cortile).

La polemica che ne è scaturita di certo era stata prevista dall’artista che ha fatto dello scandalo la sua cifra stilistica e la sua fortuna: l’opinione pubblica si è divisa tra chi grida allo scandalo e all’insulto alla memoria storica dell’eccidio degli ebrei e chi, invece, vi trova una dimensione educativa (Hitler in ginocchio ha comunque il suo forte impatto emotivo).

Al di là delle questioni  morali (che sono altra cosa dall’arte) il mio primo pensiero guardando le foto sui giornali è andato all’Inferno di Dante: quale migliore pena del contrappasso per Hitler se non doversene stare genuflesso, in silenzio, immobile, a occhi ben aperti a chiedere perdono di fronte agli orrori che ha voluto?

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Quadri in musica!

Un video geniale in cui la band si è divertita a trasformarsi in quadri viventi… li riconoscete tutti?

La soluzione dei riferimenti del puzzle la trovate qui!

 

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Lost art

Storie dell’arte attraverso opere scomparse

Segnalo una mostra virtuale (non poteva essere altrimenti) davvero particolare che racconta la storia di come, per circostanze a volte straordinarie a volte banali, molte opere del secolo scorso sono andate perdute.
Fra di loro, nella Gallery of Lost Art ne scopriamo della mano di Braque, Duchamp, Schwitters, Miró , Beuys , Khalo; come in un giallo, si è trascinati all’interno della storia delle singole “sparizioni”, delle quali  restano solo le ultime tracce.

La home del sito si presenta come una foto dall’alto di un grande ufficio-magazzino-laboratorio open space; zoomando sui tavoli, si accede alla categorie della Lost Art:
Attaccate (da persone, gruppi  o forze politiche)
Distrutte (a causa di incendi, terremoti, guerre…)
Scartate (dagli artisti stessi o dai collezionisti)
Effimere (create con materiali inusuali, destinati a un veloce  deperimento, come il feltro o il cioccolato)
Cancellate (dalla mano stessa dell’artista, che le ripensa e vi pone mano)
Perse (cioè di cui si ha testimonianza scritta ma non si conosce l’ubicazione)
Rifiutate (dai proprietari stessi, che dopo averle acquistate vogliono disfarsene)
Rubate (nei musei e nelle collezioni)
Transitorie (cioè non conservabili poiché labili e temporanee, come le performances)
Mai realizzate (incomplete, interrotte o rimaste allo stato di progetto)

Una rassegna che apre tante strade di riflessione.

Joseph Beyus, Vestito di feltro , 1970 foto del 1981Vestito dall’artista durante una performance del 1977, è stato prodotto in 100 esemplari (uno è nella collezione della Tate) e nonostante le precauzioni prese  è stato attaccato dalle tarme irrimediabilmente. Il museo ha deciso di non esporlo più e quel che rimane dell’abito scultura è ormai chiuso in deposito.

Joseph Beyus, Vestito di feltro , 1970 foto del 1981
Indossato dall’artista durante una performance, è stato prodotto in 100 esemplari (uno è nella collezione della Tate) e nonostante le precauzioni prese è stato attaccato dalle tarme irrimediabilmente. Il museo ha deciso di non esporlo più e quel che rimane dell’abito scultura è ormai chiuso in deposito.

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I veri volti di Touluose-Lautrec

Tra arte e gossip

Immaginiamo la Parigi fine ‘800, la notte  nei cabaret e nei cafè chantant, le ballerine scollate, gli spettacoli licenziosi che allietano le serate di ricchi borghesi e aristocratici che amano mischiarsi al demi monde e alle sue atmosfere peccaminose. Immaginiamo i locali notturni, con i primi spettacoli a carattere erotico, l’odore del fumo, il gusto dell’assenzio, le musiche scatenate, i commenti ad alta voce sulle doti delle vedette.
Siamo a Montmartre e questi locali si chiamano Le Divan Japonaise, Les Folies-Bergére, Le Moulin Rouge, Le Mirliton e il Rat Mort (che simpaticone il proprietario del ristorante!). E un po’ più in là c’è il Moulin de la Galette, dove balli sfrenati come la quadriglia e il can can riscaldano l’atmosfera a tal punto da provocare l’intervento della squadra del buoncostume.

Tra gli avventori potremmo incontrare colui che di questo mondo ha registrato con la sua arte personaggi, danzatrici e danzatori, occhiate, gesti , movenze: Touluse-Lautrec.

L’illustratore della vita notturna

Da “Toulouse-Lautrec”, di Giorgio Cortenova, Art Dossier n.70, Giunti:
“Lautrec ha di fatto impersonato, proprio in quei luoghi e proprio grazie alle sue doti intellettuali e alla sua condizione economica e sociale (se non per il suo aspetto fisico), il ruolo del dandy, figura il cui principale referente francese era indubbiamente Baudelaire. […] Fu da ricco dandy, rampollo di un’aristocrazia intelligente e in decadenza, che il pittore scelse Montmartre. Fu lo spirito del dandy ad attrarlo verso la più disperata indigenza nel momento stesso in cui si faceva ritrarre, orgoglioso della propria eleganza, nel suo inappuntabile abito di aristocratico. Fu il dandismo a fargli assaporare il piacere e l’ebbrezza delle folle notturne, i lustrini del circo, i lussi artefatti e kitsch del caffè concerto o dei salotti dell’amore mercenario; fu ancora il dandismo a ispirargli sensazioni parallele di orrore e di allucinazione, di repulsione tradotta in ironia, di rifiuto espresso in una sorta di odio-amore, di schiavitù ed insieme di dominio: elementi contrastanti che si rivelano in una pittura di inesauste folgorazioni emotive.”

La Goulue

La Goulue arrivant au Moulin Rouge, 1892, Museum of Modern Art, New York – Foto della Gouloue in posa da can can – Dettaglio di Danza al Moulin Rouge, 1895, Musée d’Orsay, Parigi

Al secolo Luise Weber, la star del Moulin Rouge soprannominata “l’ingorda” (pare che fosse sua abitudine svuotare i bicchieri degli avventori) veniva dall’Alsazia e era in origine una lavandaia. Danzando nei piccoli locali della capitale divenne presto un personaggio conosciuto, sia per la sua abilità, sia per il suo comportamento audace e impetuoso (pare che le piacesse scherzare togliendo il cappello ai signori con il piede lanciato in aria).
Un paio di aneddoti che la riguardano rendono l’idea dello spirito anarchico e gioioso con cui pendeva la vita: pare che avesse apostrofato così il principe di Galles, futuro Edoardo VIII: “Ehi, Galles, hai pagato lo champagne o è tua madre che ci pensa?”. Oppure, dopo aver fatto saltare con un colpo di tacco il cilindro al granduca Alexis di Russia, al suo “Nella mia terra ti avrei fatta frustare” la nostra Goulue rispose: “Sì, ma siamo a Parigi e io ti dico: merde”.

Moulin Rouge: la Goulue,1891, san Diego Museum of Art – Schizzo della coppia danzante – Foto in posa

Nel manifesto del 1891 (primo di una lunga serie per il Moulin Rouge) la Goulue appare con il suo cavaliere, Jacques Renaudin, noto come Valentin Le Desossé per via di una straordinaria flessibilità che lo faceva sembrare senza articolazioni. Il re del valzer  appare nell’affiche come una sagoma nera, aristocratica e dai tratti spigolosi che mal si concilia con quella che dovrebbe essere la sua foto dell’epoca (nel 1891, la Goulue aveva 21 anni, Valentin 48… lascio giudicare a voi)

May Milton

Ritratto di May Milton, 1895, Art Institute of Chicago – Manifesto per May Milton, 1895, coll. priv. – Foto della ballerina

Per May Milton, Toulouse-Lautrec realizzò il manifesto qui sopra, che la ritrae nella sua tipica posizione di danza. Per divertire gli spettatori, la ballerina era solita andare in scena con l’abito bianco che le giovani indossavano in occasione del loro primo ballo di debutto in società, giocando sul contrasto tra innocenza infantile e spudoratezza.

Yvette Guilbert

Ritratti di Yvette Guilbert del 1894, Albi, Musée Toulouse-Lautrec – Manifesto per il Divan Japonais, 1892-3, Museum of Fine Arts, Boston

“Una sera Lautrec ci avvicinò in rue Ravignan per raccontarci di una nuova cantante. Siamo andati, disse, a sentire una giovane ragazza, di aspetto virginale, sottile, pallida, senza rouge” (William Rothenstein).
Yvette Guilbert era una delle cantanti più famose dei caffè-concerto; a lei Toulouse-Lautrec dedicò ben due album di schizzi. I tratti caricaturali sul principio irritarono molto Yvette, ma in seguito si convinse del loro grande valore artistico, tanto da scrivergli “Caro amico, grazie per i suoi disegni (…) Sono felice! Felice! A lei andrà sempre la mia gratitudine”.
Nell’affiche del Divan Japonais basta un’occhiata sul palcoscenico per capire che a esibirsi è Yvette: è sufficiente il dettaglio dei suoi lunghi guanti neri.

May Belfort

May Belfort, 1895, Metropolitan Museum of Art, New York – Foto di scena – Miss May Belfort, 1895, Cleveland Museum of Art

La cantante, di origine irlandese, si presentava in scena con innocenza leziosa, in abiti infantili e con il suo gattino in braccio. Le canzoni apparentemente innocenti erano però piene di allusioni sessuali e doppi sensi che divertivano il pubblico (“I’ve got a pussycat, I’m very fond of that”), tanto più che si sapeva della sua relazione omosessuale con May Milton di cui prima.

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L’arte è un pacco?

Film vecchio di più di 30 anni, ma di eterna attualità!
Ogni volta che posso, lo propongo ai seminari: la risata erompe, l’atmosfera si rilassa e si moltiplicano i commenti , perché si rompe la barriera che vuole l’arte sempre e comunque come una cosa seriosa.
È inevitabile immedesimarsi: a chi non mai successo di trovarsi a disagio di fronte a un’opera che non riesce a capire?

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