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Musei e mostre: a cosa servono i servizi educativi?

pifferaioA proposito di didattica museale, riporto qui un articolo (già nelle vecchie dispense, ma sempre molto attuale) di Maria Teresa Balboni Brizza (responsabile dei servizi educativi del Museo Poldi Pezzoli di Milano) apparso su Nuova Museologia, n. 5, 2001.

 Acchiappasorci o pifferaio magico?

Nel numero di marzo del 1999 Museum International aveva pubblicato, con esplicito intento provocatorio, un breve testo di Kenneth Hudson dal titolo La création deservices éducatifs dans les musées est-elle une erreur? La formulazione retorica e il tono vagamente minaccioso della domanda rendevano già evidente il punto di vista dell’autore, ma le sue argomentazioni sono ancora attuali, e dunque proverò brevemente a riassumerle.

Scriveva Hudson: “Noi viviamo in un’epoca in cui coloro che acchiappano i ratti e i sorci per mestiere sono chiamati responsabili dell’eliminazione dei roditori (…) non stupisce dunque più di tanto che si siano elevate a responsabili dell’educazione le persone che scortano le classi di bambini in visita ai musei”. “Non è un gran male”, commentava ironicamente l’autore, “se gli interessati così ribattezzati si sentono più a loro agio”. Ma, aggiungeva, “esistono rischi reali” quando si parla, come avviene ormai quasi ovunque, di “responsabili dei servizi educativi” dei musei, “soprattutto quando i servizi in questione assumano le dimensioni di un dipartimento”.

Queste frasi mi tornavano alla mente l’11 ottobre 2000, mentre partecipavo a una giornata di studi su “I servizi educativi del museo e del territorio” presso il Museo Civico di Storia Naturale di Milano. E vi partecipavo, inutile dirlo, come “responsabile dei servizi educativi” di un museo.

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L’arte è un pacco? …parte seconda

Venerdì scorso l’amica Isabella mi ha fatto riflettere su  questo post, facendomi notare quanto l’arte contemporanea necessiti di una disposizione d’animo molto aperta per essere compresa e forse anche di un po’ di psicologia in senso lato, cioè della capacità dello spettatore di far nascere associazioni di idee per capire il concetto alla sua base.
Verissimo. Forse mi sono espressa in maniera un po’ troppo negativa nei confronti dell’arte contemporanea, ma quel che intendevo commentare era il sentimento di spaesamento cui spesso conduce, trovarsi da soli di fronte a un’opera senza gli strumenti per capirla (strumenti che i musei dovrebbero fornire per far sì che le opere “parlino” anche ai non addetti!)

E oggi mi è venuta in mente un’opera che dà seguito alla nostra breve discussione:

Marina Abramovic, Senza titolo, 1992

Marina Abramovic, Senza titolo, 1992

Un enorme cristallo di quarzo è appeso sulla parete e davanti ci sono dei semplici sgabelli di legno.

Finchè siamo sgabelli vuoti come quelli, cioè se non abbiamo (come spettatori di un’opera) una predisposizione mentale e un insieme di strumenti per approcciarla, non possiamo sperare che ci arrivi una comunicazione dall’artista.

Oggi l’opera d’arte non si basa solo sul suo contenuto, ma soprattutto sulla metafora: a passarci davanti stupisce, ma non per la sua “bellezza” estetica. Qui la “bellezza” c’entra poco: non è ciò che si vede a prima vista (gli sgabelli e il cristallo) è quello che si scatena dentro quando si afferra il significato.

Solo allora un’opera così miserabile come questa sa comunicare bellezza.

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Un bilancio sui musei di arte contemporanea

Visto che l’argomento è venuto fuori più volte, posto questo brillante articolo della Vettese (apparso sul Sole24ore del 16 gennaio 2011) che trae alcune conclusioni sulla situazione dei musei di arte contemporanea oggi in Italia, corredato di cifre (i grassetti sono miei).

SISIFOFar soldi coi musei? Un’utopia

di Angela Vettese

Un museo d’arte contemporanea può reggersi sulle sue gambe e non vivere di denaro a fondo perso, pubblico o privato che sia?

Secondo il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale, Mario Resca, si può e si deve. Lo ha ribadito anche al Maga di Gallarate, nel discorso inaugurale della mostra «Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando». Ma i dati dicono di no. Continua a leggere

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Fondazione Vedova

In bilico sulle Zattere a Venezia

Su progetto di Renzo Piano, amico personale di Vedova, l’ex magazzino del sale alle Zattere, affacciato sulla laguna veneziana, da qualche anno si è trasformato in fondazione per esporre le opere di Emilio Vedova nello spazio che era stato il suo studio e laboratorio.

Lo spazio espositivo dedicato interamente all’artista è un esempio di raffinata riconversione di un edificio antico mettendolo in dialogo con l’arte contemporanea e creando  un legame tra la storia e il presente.

L’allestimento pensato da Renzo Piano saggiamente non tocca l’architettura, ma agisce unicamente sull’esposizione, la cui idea chiave è il movimento. Niente quadri appesi staticamente alle pareti, ma un sistema meccanico che, come in un jukebox, estrae da una rastrelliera i quadri e li porta fino alla collocazione prevista, sospendendoli a diverse altezze davanti agli occhi dei visitatori, per poi riporli e presentarne altri.

Insomma, un museo “dinamico”, che permette di girare intorno all’opera, spiarla e che inverte il movimento tra opera e spettatore cui si è abituati, perché noi stiamo fermi e sono  i quadri a spostarsi.
Un allestimento che rispecchia pienamente la volontà di Vedova di staccare il quadro dalla sua fissa bidimensionalità e frontalità (che si può solo “contemplare”), per gettarlo nello spazio, come aspirava a fare con la serie Plurimi.

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L’arte è un pacco?

Film vecchio di più di 30 anni, ma di eterna attualità!
Ogni volta che posso, lo propongo ai seminari: la risata erompe, l’atmosfera si rilassa e si moltiplicano i commenti , perché si rompe la barriera che vuole l’arte sempre e comunque come una cosa seriosa.
È inevitabile immedesimarsi: a chi non mai successo di trovarsi a disagio di fronte a un’opera che non riesce a capire?

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Il museo dell’ovvio

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Parlando del rapporto tra museo e memoria, ricordo che grande stupore e ammirazione aveva destato tra i miei corsisti il Museo Ettore Guatelli.

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