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Il restauro dell’arte contemporanea

Corso Restauro: Secoli d’arte da sfogliare, Lezione  10

Le slide viste al corso sono disponibili qui

Potrebbe sembrare assurdo parlare di restauro dell’arte contemporanea: dopo tutto è possibile che opere che hanno magari solo vent’anni di vita possano già avere bisogno di interventi? Abbiamo visto come il contemporaneo ponga interessanti quesiti in merito alla conservazione, legati soprattutto alla natura dei materiali usati, spesso molto distanti dalla tradizione.

Manzoni, Merda d'artista

Infatti gli artisti della modernità (a partire dal ‘900) introducono nel loro linguaggio espressivo tecniche del tutto nuove.

Nell’esplorarle (ci tenevo a concludere il ciclo di lezioni con un percorso tra le tendenze più recenti) abbiamo provato a organizzarle in base a materiali e media, che decisamente si discostano dalla tradizione:

  • Opere realizzate con materiali antitradizionali (colori sintetici, vernici industriali…)
  • Opere realizzate con materiali deperibili (elementi vegetali, commestibili…)
  • Opere realizzate con nuovi media (fotografia, video, elaborazione digitale…)
  • Opere “immateriali”  (happening, performances…)

Perché una distinzione in base alla materia?
Perché si parte dall’assunto che il restauro deve intervenire solo sulla materia di cui è fatta un’opera d’arte, dal momento che il valore artistico intrinseco a un’opera passa indenne attraverso i secoli (il Cenacolo di Leonardo, anche se scolorito al limite della leggibilità, sarà sempre riconosciuto come un capolavoro).

Nessun restauratore si sognerebbe di completare la Nike di Samotracia, ma qualcuno non si è fatto scrupoli a riverniciare ex novo un’opera contemporanea, senza troppi scrupoli, come se tutto ciò che è “contemporaneo” debba per forza apparire “nuovo”.
È quanto è successo nel restauro di quest’opera della GAM di Torino:

Lucio Fontana, Concetto spaziale, GAM

Lucio Fontana, Concetto spaziale, 1952, GAM, Torino

È vero che l’arte contemporanea dà precedenza al veicolare un messaggio piuttosto che alla durevolezza dei materiali (come era nel passato), ma ciò non dovrebbe indurre i restauratori a derogare da quelli che sono i principi fondati del restauro (reversibilità, compatibilità, riconoscibilità, minimo intervento). In questo caso, per ovviare al degrado dovuto agli agenti atmosferici, si è ricorso alla sabbiatura e alla completa riverniciatura, senza troppo riguardo per la reversibilità dell’intervento (di fatto nulla) e tanto meno per la sua riconoscibilità (in effetti rasenta la copia).
E c’è di più: questo Concetto spaziale era pensato per stare all’aperto, poggiato sull’erba, che crescendo usciva dai fori praticati nella lamiera. Ora che l’opera è stata musealizzata, bisogna lavorare di immaginazione per comprenderne il significato, legato proprio alle ricerche di Fontana sull’interrelazione tra l’opera e lo spazio in cui si trova.

Materiali sintetici e industriali

Il problema principe è che ancora non se ne conoscono i processi di degrado, che si manifesteranno solo col passare del tempo.

Tale processo può essere anche molto veloce:

Véronique Joumard, Mur vert

Véronique Joumard, Mur-tableau (vert), 2004
Realizzata con una speciale pittura termosensibile, l’opera reagisce alle fonti di calore, creando sfumature e interagendo con ambiente e persone.
Si sta studiando il modo migliore per preservare nel tempo il colore sintetico che ne è la peculiarità.

Interessante è il restauro in corso di un’opera di Pollock, documentata sul sito del MoMA.

Pollock

Jackson Pollock, One: Number 31, 1950, MoMA, New York.

Il restauro permette di approfondire lo studio dei materiali (utilizzava degli smalti industriali molto economici la cui marca, “Duco”, finirà col diventare famosa), di focalizzare alcuni aspetti del processo artistico del maestro del dripping e talvolta di scoprire, grazie alla visione privilegiata, qualche curiosità, come una mosca incauta inglobata suo malgrado nella pittura, residui di cenere di sigaretta o schegge di legno dei bastoncini usati al posto dei pennelli convenzionali.
Ma la vera sorpresa è stata trovare inequivocabili ridipinture, realizzate in un qualche “restauro” non documentato e che per di più segue criteri di omogeneità, di imitazione della mano di Pollock.

Qui potete vedere una bellissima gallery commentata (sono circolettate le differenze nella superficie pittorica, messe a confronto con immagini del 1962).

Materiali deperibili: elementi vegetali e commestibili

Un discorso a parte va fatto per quelle opere concepite sin dall’inizio per essere deperibili: non solo l’arte contemporanea usa materiali nuovi, atipici, antitradizionali, ma spesso gli artisti enunciano esplicitamente la volontà di rendere le opere transitorie, corruttibili:

Dieter Roth

Dieter Roth, Portrait of the Artist as Birdseed Bust, 1970, coll. privata – La serie dello stesso in un’installazione al MoMA QNS

La sigla P.O.TH.A.A.VFB (Portrait of the artist as Vogelfutterbüste)  stigmatizza un concetto: l’opera può esplicitare il suo messaggio  solo se esposta all’aperto e  beccata dagli uccelli… inutile dire che collezionisti e musei non sono dell’idea!

Ecco affacciarsi un problema molto discusso: è lecito intervenire per la conservazione di un’opera d’arte programmata dal suo autore per scomparire?
La questione, centrale per Eat Art, è aperta.

Quando il processo di decadimento è un aspetto centrale dell’intenzione dell’artista (perché legato a grandi tematiche come la morte e il trascorre inesorabile del tempo), allora tentare una conservazione sarebbe snaturare l’opera:

Anya Gallaccio

Anya Gallaccio, Preserve ‘beauty’, 1991-2003, Tate Gallery, Londra

Nel caso della Gallaccio, conosciuta per i suoi lavori con la materia organica (fiori, frutta), si tratta di un’installazione, che può essere rinnovata all’occasione secondo specifiche dettate dall’artista stessa.
Il lento marcire delle gerbere è la chiave per capire il messaggio di Preserve beauty: la bellezza inevitabilmente sfiorisce (è il caso di dirlo) col tempo e tutti i tentativi per fermare questo processo sono destinati a fallire (a niente serve la teca di vetro per i fiori, come a niente serve il trucco su una donna avvizzita dall’età). L’opera è anche metafora della bellezza dell’arte, che per quanti sforzi (e restauri)  gli uomini facciano per preservarla, il tempo se li prenderà prima o poi.

Abbiamo parlato poi di casi di sculture che mangiano (alle quali è necessario cambiare periodicamente il “pasto”), giochi olfattivi (uova decomposte, incubo dei conservatori, e quadri odorosi) e sedie ricoperte di grasso (ormai quasi del tutto scomparso)…

Anselmo, De Cupere, Beuys

Giovanni Anselmo, Senza titolo (Scultura che mangia), 1968, Centre Pompidou – Peter De Cupere, Eggs, 1997, SMAK (Stedelijk Museum voor Actuele Kunst), Gand – Joseph Beuys, Fat Chair, 1964, Tate Modern, Londra

 

I nuovi media

Il medium artistico è il mezzo espressivo attraverso il quale l’artista trasmette il suo messaggio; con la modernità i media artistici si moltiplicano.

In un’epoca come la nostra, caratterizzata da un continuo e rapido sviluppo della tecnologia, un’opera che si basa su di essa diventa molto rapidamente obsoleta. L’opera sulla quale ci siamo concentrati è del capofila della videoarte, un linguaggio artistico basato sulla creazione e riproduzione di immagini in movimento mediante strumentazioni video.

Nam June Paik. Untitled. 1993. Player piano

Nam June Paik, Untitled (Altered Piano), 1993, MoMA, New York

In appena vent’anni, il medium utilizzato è diventato tecnologicamente sorpassato (utilizza floppy-disc e tv con tubo catodico), tanto che i conservatori hanno avuto non poche difficoltà a reperire le parti per rimettere in funzione alcuni schermi danneggiati, non volendo, giustamente, sostituirli.

Opere “immateriali”?

E poi ci sono le opere che non possono essere restaurate. Mai, perché di natura effimere e prive di una materialità sulla quale concentrare l’intervento! Si tratta delle performances, in cui non esiste l’oggetto “opera d’arte”.
Questa mia provocazione è l’occasione per chiudere il cerchio sull’arte contemporanea guardando al mondo con gli occhi di un’artista che da qualche tempo mi intriga molto: Marina Abramović.

abramovic 2010

Marina Abramović, The Artist Is Present, 2010

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Good Morning, Mr. Orwell

1984:

good morning mr orwell“Quindi la faccia del Grande Fratello disparve a sua volta e i tre slogans del Partito, invece, apparvero, a lettere cubitali:
LA GUERRA È PACE
LA LIBERTÁ È SCHIAVITÙ
L’IGNORANZA È FORZA

Orwell immaginava così il futuro prossimo, il suo 1984. Un mondo dove tutto è permesso, perché non c’è legge scritta, e dove tutto è tenuto costantemente sotto controllo dall’occhio del Grande Fratello.

Niente, apparentemente, è proibito. Tranne pensare, tranne amare, tranne divertirsi: tranne vivere.

Tutta l’umanità è sottomessa al grande dittatore: una televisione portatrice di messaggi ed ideologie capaci di distruggere le diversità, le identità  e le differenze tra le società, le civiltà e gli uomini, uniformandole e unificandole in un codice unico e universale (cosa che poi realmente è avvenuta ed è un processo tuttora in corso).

Nam June Paik reagisce a questa concezione e insieme a un nutrito gruppo di artisti provenienti dalle esperienze più diverse, dedica a Orwell, proprio il primo gennaio del 1984, quella che fu la prima trasmissione/installazione satellitare e dimostrando che così che l’artista è capace di ribellarsi alla visione del mondo di Orwell ed è capace di costruire una televisione contro.
E lo fa mandando la sua arte (non a caso è considerato il padre della video art) contemporaneamente in più paesi del mondo, verso 25 milioni di persone.

Il messaggio è che l’interattività globale può sconfigge la televisione ideologizzata capace di renderci tutti schiavi; un ruolo che oggi è affidato al web.

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“Lui” e gli ebrei

Altra provocazione di Cattelan:

Hitler in ginocchio nel ghetto di Varsavia.

 

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In occasione della retrospettiva “Amen”, la statua “Him” è stata piazzata dietro un cancello in legno ed è visibile da un buco largo pochi centimetri nella porta (i visitatori possono solo vedere il retro dell’opera, con Hitler che prega in un cortile).

La polemica che ne è scaturita di certo era stata prevista dall’artista che ha fatto dello scandalo la sua cifra stilistica e la sua fortuna: l’opinione pubblica si è divisa tra chi grida allo scandalo e all’insulto alla memoria storica dell’eccidio degli ebrei e chi, invece, vi trova una dimensione educativa (Hitler in ginocchio ha comunque il suo forte impatto emotivo).

Al di là delle questioni  morali (che sono altra cosa dall’arte) il mio primo pensiero guardando le foto sui giornali è andato all’Inferno di Dante: quale migliore pena del contrappasso per Hitler se non doversene stare genuflesso, in silenzio, immobile, a occhi ben aperti a chiedere perdono di fronte agli orrori che ha voluto?

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L’arte è un pacco? …parte seconda

Venerdì scorso l’amica Isabella mi ha fatto riflettere su  questo post, facendomi notare quanto l’arte contemporanea necessiti di una disposizione d’animo molto aperta per essere compresa e forse anche di un po’ di psicologia in senso lato, cioè della capacità dello spettatore di far nascere associazioni di idee per capire il concetto alla sua base.
Verissimo. Forse mi sono espressa in maniera un po’ troppo negativa nei confronti dell’arte contemporanea, ma quel che intendevo commentare era il sentimento di spaesamento cui spesso conduce, trovarsi da soli di fronte a un’opera senza gli strumenti per capirla (strumenti che i musei dovrebbero fornire per far sì che le opere “parlino” anche ai non addetti!)

E oggi mi è venuta in mente un’opera che dà seguito alla nostra breve discussione:

Marina Abramovic, Senza titolo, 1992

Marina Abramovic, Senza titolo, 1992

Un enorme cristallo di quarzo è appeso sulla parete e davanti ci sono dei semplici sgabelli di legno.

Finchè siamo sgabelli vuoti come quelli, cioè se non abbiamo (come spettatori di un’opera) una predisposizione mentale e un insieme di strumenti per approcciarla, non possiamo sperare che ci arrivi una comunicazione dall’artista.

Oggi l’opera d’arte non si basa solo sul suo contenuto, ma soprattutto sulla metafora: a passarci davanti stupisce, ma non per la sua “bellezza” estetica. Qui la “bellezza” c’entra poco: non è ciò che si vede a prima vista (gli sgabelli e il cristallo) è quello che si scatena dentro quando si afferra il significato.

Solo allora un’opera così miserabile come questa sa comunicare bellezza.

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Un bilancio sui musei di arte contemporanea

Visto che l’argomento è venuto fuori più volte, posto questo brillante articolo della Vettese (apparso sul Sole24ore del 16 gennaio 2011) che trae alcune conclusioni sulla situazione dei musei di arte contemporanea oggi in Italia, corredato di cifre (i grassetti sono miei).

SISIFOFar soldi coi musei? Un’utopia

di Angela Vettese

Un museo d’arte contemporanea può reggersi sulle sue gambe e non vivere di denaro a fondo perso, pubblico o privato che sia?

Secondo il direttore generale per la Valorizzazione del patrimonio culturale, Mario Resca, si può e si deve. Lo ha ribadito anche al Maga di Gallarate, nel discorso inaugurale della mostra «Cosa fa la mia anima mentre sto lavorando». Ma i dati dicono di no. Continua a leggere

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L’arte è un pacco?

Film vecchio di più di 30 anni, ma di eterna attualità!
Ogni volta che posso, lo propongo ai seminari: la risata erompe, l’atmosfera si rilassa e si moltiplicano i commenti , perché si rompe la barriera che vuole l’arte sempre e comunque come una cosa seriosa.
È inevitabile immedesimarsi: a chi non mai successo di trovarsi a disagio di fronte a un’opera che non riesce a capire?

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