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Il restauro del mosaico: la basilica di San Marco a Venezia

Corso Restauro: Secoli d’arte da sfogliare, Lezione  10

Le slide viste al corso sono disponibili qui

Immagine1La basilica d’oro, quella di San Marco a Venezia, con i suoi 8000 metri quadri di decorazione musiva a fondo oro, ci ha dato modo di parlare del restauro del mosaico. In particolare ci siamo concentrati sul cupolino della Genesi, recentemente restaurato, del quale abbiamo affrontato una lettura iconografica puntuale, nel quadro generale dell’arte come Biblia pauperum.

Un po’ di storia

La prima Chiesa dedicata a San Marco fu costruita accanto al Palazzo Ducale nell’828 per ospitare le reliquie di San Marco trafugate, secondo la tradizione, ad Alessandria d’Egitto da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. Questa chiesa sostituì la precedente cappella palatina dedicata al santo bizantino Teodoro (Tòdaro per i veneziani), edificata in corrispondenza dell’attuale piazzetta dei Leoncini, a nord della basilica di San Marco.

L’agiografia del santo ce la siamo fatta raccontare direttamente dalla pala feriale di Paolo Veneziano, che nel registro inferiore, quello narrativo, riassume gli episodi salienti della vita di Marco: la consacrazione a vescovo da parte di San Pietro, la guarigione miracolosa del ciabattino Aniano, l’apparizione di Cristo durante la prigionia, il martirio, il trasporto delle spoglie da Alessandria a Venezia (durante il quale il santo salva l’imbarcazione da sicuro naufragio), il miracolo della colonna (il santo si manifesta indicando il luogo in cui si trovano le sue spoglie dopo la morte, nel 1094, dell’ultima persona a conoscenza dell’ubicazione in basilica) e i pellegrinaggi alla tomba miracolosa.

Paolo Veneziano e figli, Pala feriale, 1345, Museo Marciano

Paolo Veneziano e figli, Pala feriale, 1345, Museo Marciano

I mosaici di San Marco a Venezia

I mosaici datano dalla fine dell’XI alla seconda metà del XIX secolo; oggi le superfici si presentano come una combinazione di parti originarie e parti modificate in varie epoche; per quanto riguarda le parti greco bizantine completate nel XIII secolo, anche totalmente sostituite (qui per approfondire).

Infatti, fino a tutto il Settecento, la prassi di “restauro” era la sostituzione e rinnovamento delle superfici rovinate (si vedano i mosaici realizzati su cartoni di Tintoretto e Tiziano); bisogna aspettare la fine dell’800 perché si passi all’ottica della conservazione, grazie soprattutto a Pietro Saccardo. Sotto la sua direzione si realizzano restauri più conservativi e sempre più raffinati, con l’operazione di strappo delle superfici da restaurare: a lui si deve la tecnica detta “lievo“, che prevede lo stacco della superficie musiva, a cui segue la pulitura, il ripristino o la sostituzione degli strati di fondo della malta deteriorata. Nella ricollocazione delle parti staccate si era aiutati dai calchi in carta bagnata (o in gesso) pressata sui mosaici stessi prima della rimozione dei loro fondi e poi asciugata e dipinta in perfetta corrispondenza con l’originale (alcuni di questi sono ancora conservati in Procuratoria e sono vere e proprie opere d’arte).
Per merito del Saccardo, il modo di conservare i mosaici, passa nel breve volgere di vent’anni, da un sistema che considerava in taluni casi ineluttabile la demolizione della superficie musiva, ad un altro, di assoluto rispetto, quasi una venerazione, per l’opera d’arte.

Altra tappa fondamentale del restauro del manto musivo in San Marco è l’invenzione, nella prima metà del Novecento, del cosiddetto “restauro da dietro”: Luigi Marangoni mette a punto un metodo di intervento che agisce direttamente sul supporto danneggiato (la muratura), evitando lo stacco. La muratura viene rimossa da dietro appunto, fino a raggiungere il manto musivo, e poi ricostruita; in questo modo si evita anche l’evidenza dei quadrati di mosaico staccati e riapplicati.

Per conoscere tutta la storia dei restauri della basilica, vi invito a consultare questa pagina.

Le forme di degrado

Le problematiche conservative che maggiormente interessano la condizione della decorazione musiva della basilica di S. Marco sono rappresentate dallo stacco dalla muratura di intere superfici di manto a vari livelli di profondità, dalla caduta di tessere, dall’alterazione della loro struttura, dalla disgregazione degli strati di fondo che ne garantiscono l’adesione. Anche l’umidità, soprattutto quella che risale nelle murature, altera le malte dei fondi. I mosaici più esposti sono quelli alle quote inferiori, come nell’atrio e nel battistero, dove l’acqua salina li raggiunge per capillarità.

Il degrado del mosaico si presenta in diverse forme: con fessurazioni del manto in corrispondenza di quelle strutturali, con stacco del manto musivo dalla muratura a diverse profondità, secondo che siano coinvolti gli strati di malta prossimi alla muratura o soltanto quelli superficiali di supporto alle tessere. Gli effetti dovuti all’aggressività dell’atmosfera o all’umidità di risalita nella muratura producono il deterioramento superficiale delle tessere e il disgregarsi della malta degli strati di fondo. Nel primo caso si giunge alla polverizzazione delle tessere, nel secondo alla loro caduta, che avviene per singoli pezzi o a piccoli gruppi. In talune situazioni le cause si sommano.

Restauro del mosaico della Creazione della Basilica di San Marco

Arrivando ai giorni nostri, abbiamo analizzato il restauro del cupolino della Genesi, finanziato col progetto “Sulle Ali degli Angeli”, ideato da The Venice International Foundation, associazione no profit e parte dei Comitati Privati Unesco per la Salvaguardia di Venezia.

totale restaurato

Cupolino della Genesi, XIII sec., Basilica di san Marco, Venezia

Nelle slide troverete i riferimenti al libro della Genesi coi quali ci siamo aiutati a lezione nella lettura iconografica di questo splendido esempio di narrazione per immagini; qui vi riassumo solamente i punti dell’excursus sull’utilizzo dei simboli animali nell’iconografia della basilica.

creazione animali terrestri, adamo dà nome agli animali

Cupolino della Genesi:
Creazione degli animali terrestri – Adamo dà il nome agli animali

Nel libro della Genesi non c’è un riferimento a precise specie animali: l’artista del cupolino ha dovuto sceglierne una rappresentanza. Se si esaminano i riquadri del cupolino in cui sono raffigurati la creazione degli animali terrestri  e il momento in cui Adamo dà loro il nome, si può notare una preminenza della coppia di leoni rispetto agli altri animali, che nel primo caso si inchinano a Dio e nel secondo sembrano i primi cui viene posto il nome. Se si ricorda che il simbolo dell’evangelista Marco è proprio il leone, non stupisce questa preferenza accordata all’animale nella basilica che accoglie le spoglie del santo.
Ma non è tutto…
Anche tra gli uccelli l’artista ordisce una selezione precisa tra le specie: sull’estremo lato destro della scena creazione dei pesci in mare e degli uccelli in cielo appaiono le coppie delle aquile (sopra) e dei pavoni (sotto).

pavoni e aquile

Cupolino della Genesi:
Creazione dei pesci e degli uccelli

Nasce il sospetto che la scelta non sia casuale se ci si sposta poco oltre il cupolino della Genesi per vedere le Storie di Noè raffigurate nella volta adiacente.

storie di noè

Storie di Noè, Basilica di san Marco, Venezia

storie di noè2

Storie di Noè
Panoramica verso il cupolino della Genesi – Particolari

Ecco la sorpresa: posizioni di rilievo sono accordate agli stessi tre animali. Infatti Noè aiuta personalmente la coppia di leoni a salire sull’arca e poi a scenderne finito il diluvio e la stessa premura dimostra per la coppia di aquile e di pavoni.
Come si può interpretare questa preferenza accordata a leoni, aquile e pavoni?
Molto probabilmente si è voluto accennare alla grandezza di Venezia, di fatto erede di tre imperi mondiali:

  •   quello giudaico-precristiano simboleggiato dal leone di re Salomone (la stirpe di Giuda che darà i natali a Cristo)
  • quello persiano di Ciro il Grande (che assorbe il regno di Giuda e sarà assorbito dall’Impero di Alessandro Magno) il cui simbolo è il pavone
  • quello romano-bizantino il cui segno araldico è l’aquila

Di fatto con la caduta di Costantinopoli (ultima capitale dell’impero romano), conquistata dai Veneziani nel 1204, la Serenissima diventa erede dei tre imperi succedutisi nei millenni.
Ecco quindi emergere una chiave di lettura più ampia nella prospettiva del rapporto arte-potere della Serenissima: la città si autorappresenta nell’iconografia della Basilica in tutta la sua gloria, posta sotto l’alta protezione di san Marco.

Né mancano altri simboli del potere: tra i tanti materiali di spoglio, riconosciamo il bottino di guerra, dai porfidi dei Tetrarchi, alla cosiddetta testa del Carmagnola, dai cavalli di bronzo (a loro volta bottino di guerra napoleonico), ai pilastri acritani, fino all’oro e agli smalti della pala d’oro, massima espressione della cultura della luce che secoli più tardi ispirerà il Gotico.

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